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Extravergine, vergine o «olio di oliva»?

Olio EVO

Sullo scaffale del supermercato convivono bottiglie molto diverse tra loro: «olio extravergine di oliva», «olio di oliva», «olio di sansa di oliva». Sembrano quasi la stessa cosa, e invece appartengono a categorie legali diverse, ottenute con processi diversi e con un contenuto di composti bioattivi molto diverso.

In questa voce vediamo come la legge classifica gli oli d'oliva, cosa significa ogni denominazione e perché la distinzione conta anche per la salute, non solo per il palato.

Chi decide cosa è «extravergine»

La classificazione degli oli d'oliva non è lasciata ai produttori: è definita a livello internazionale e comunitario. Il riferimento principale è il regolamento comunitario che disciplina le denominazioni di vendita degli oli d'oliva, recepito in Italia da specifiche norme di settore, insieme agli standard del Consiglio Oleicolo Internazionale.

La categoria non si autodichiara: si misura. Un olio può farsi chiamare «extravergine» solo se rispetta contemporaneamente requisiti chimici e sensoriali precisi:

  • acidità libera non superiore a 0,8 g per 100 g (espressa in acido oleico);
  • numero di perossidi entro i limiti di legge;
  • assenza di difetti all'assaggio, con attributo «fruttato» percepibile.

Se uno solo di questi requisiti manca, l'olio non può essere venduto come extravergine. Non è una questione di gusto o di marketing: è una questione legale.

L'olio extravergine di oliva

È la categoria più alta e l'unica ottenuta esclusivamente con processi meccanici: le olive vengono lavate, frante, gramolate e pressate (o centrifugate) a temperature che non ne alterino le caratteristiche. Nessun solvente, nessun raffinazione chimica.

Questo è il punto cruciale che spesso sfugge: tutti i composti che rendono interessante l'extravergine — i polifenoli come idrossitirosolo e oleocantale, i tocoferoli, i composti volatili degli aromi — sopravvivono proprio perché il processo è dolce. Dove arriva la chimica di raffinazione, gran parte di queste molecole sparisce.

L'olio vergine di oliva

Anche il vergine è un olio solo meccanico, come l'extravergine. La differenza sta nei limiti: l'acidità può arrivare fino a 2 g per 100 g e all'assaggio è ammesso un difetto leggero. È un olio corretto ma con qualche imperfezione, quasi sempre frutto di olive meno sane o di una lavorazione meno accurata.

In Italia è una categoria poco presente sugli scaffali: gran parte della produzione che non raggiunge lo status di extravergine finisce altrove, come vediamo tra un attimo.

L'olio di lampante

Il nome viene dall'uso storico come combustibile per lampade. È un olio vergine con acidità superiore ai limiti e difetti sensoriali marcati: non è commestibile e per legge non può essere venduto al consumatore finale.

Non è però uno scarto: è la materia prima della raffinazione, il passaggio che spiega le due categorie successive.

«Olio di oliva»: il blend raffinato

Quando sull'etichetta si legge solo «olio di oliva» (senza «extra» e senza «vergine»), si tratta quasi sempre di un miscuglio di:

  • olio di oliva raffinato, ottenuto trattando il lampante con processi fisico-chimici che eliminano acidità, difetti e... quasi tutto il resto;
  • olio vergine non extravergine, aggiunto per ridare un minimo di colore e odore.

Il risultato è un olio neutralizzato: acidità molto bassa (per costruzione, non per qualità delle olive), sapore anonimo, punto di fumo simile all'extravergine. Dal punto di vista nutrizionale è un grasso buono, povero di polifenoli: della complessità bioattiva dell'extravergine resta poco.

La raffinazione, va detto, non è un imbroglio: è un processo legale e dichiarato. Il problema semmai è di percezione, perché il consumatore medio non sempre coglie la differenza enorme che si nasconde dietro una virgola di etichetta.

L'olio di sansa di oliva

La sansa è quello che resta delle olive dopo l'estrazione dell'olio: polpa, frammenti di nocciolino e l'olio residuo che i processi meccanici non riescono a estrarre. Con l'estrazione chimica (solventi) e la successiva raffinazione si ottiene l'olio di sansa grezzo, che viene poi tagliato con olio vergine per dare il prodotto in commercio.

È la categoria più economica. Come il «olio di oliva», è un grasso raffinato con profilo aromatico e contenuto di polifenoli minimali. Ha i suoi impieghi legittimi, ma è l'opposto concettuale di un extravergine: massima resa, minima complessità.

Le quattro categorie a confronto

Denominazione in etichetta Processo Acidità max Polifenoli
Olio extravergine di oliva Solo meccanico 0,8 Altissima, variabile
Olio vergine di oliva Solo meccanico 2,0 Media
Olio di oliva (raffinato + vergine) Con raffinazione Bassa per lavorazione Quasi nulli
Olio di sansa di oliva Solventi + raffinazione Bassa per lavorazione Quasi nulli

Vale la pena notare il paradosso della terza riga: l'olio raffinato ha acidità più bassa di molti extravergini, nonostante parta da olive peggiori. La raffinazione, infatti, abbatte l'acidità per via chimica. È un ottimo esempio del perché l'acidità da sola non basta mai a raccontare un olio: conta come è stata ottenuta.

Perché la categoria conta per la salute

Se l'obiettivo è portare a tavola i composti bioattivi documentati dalla ricerca — dall'idrossitirosolo all'oleocantale — la scelta è una sola: extravergine. Non per snobismo, ma perché le altre categorie li hanno persi lungo il percorso, per via chimica o per partenza.

Questo non significa demonizzare l'olio di sansa, che resta un grasso da cucina onesto ed economico. Significa solo sapere cosa si sta comprando: per il crudo, per un olio da gustare e da cui aspettarsi qualcosa in più della sola grassezza, la denominazione «extravergine di oliva» è il requisito d'ingresso, il minimo sindacale da cui partire.

Come si legge in etichetta

La denominazione di vendita è la prima riga da controllare ed è normata rigidamente: «olio extravergine di oliva» è una formula esatta, che non ammette varianti creative. Ditte fantasiose, immagini di ulivi secolari e scritte a effetto non cambiano la categoria: contano le parole della denominazione, il resto è confezione.


In sintesi. Tra le categorie legali degli oli d'oliva, una sola conserva intatto il patrimonio di polifenoli dell'oliva: l'extravergine, unico prodotto esclusivamente meccanico con requisiti chimici e sensoriali da rispettare. «Olio di oliva» e «olio di sansa» sono grassi raffinati legittimi ma bioattivamente poveri. La categoria si legge nella denominazione di vendita, che è il primo e più affidabile indicatore su qualsiasi etichetta.